gennaio 08, 2013
RENATO GUTTUSO (apri)
RENATO GUTTUSO (apri)

 

Opera in evidenza “Omaggio a Rubens” 1977 Tecnica Mista

 


Bagheria 1911 – Roma 1987

Renato Guttuso nacque il giorno di Santo Stefano del 1911 nella cittadina siciliana di Bagheria. Il padre, il cavaliere Gioacchino Guttuso, era agrimensore e di lui, nella collezione donata al Comune di Bagheria, esistono vari ritratti: il primo, addirittura risalente al 1925, dimostra il genio precoce dell’artista; altri con riga e squadra ne sottolineano la professione e l’ammirazione per l’uomo tutto d’un pezzo appassionato nelle lettere e nelle arti, con il culto della libertà trasmessagli dal padre Ciro che aveva combattuto con Garibaldi. L’adolescenza borghese è fitta di stimoli per il futuro pittore. Il giovane Guttuso abita in una casa vicino alle ville Valguarnera e Palagonia, di cui ritrarrà particolari in quadri successivi e s’ispira agli scogli dell’Aspra e tra le gite al mare e i primi amori vive tutta la crisi siciliana del dopoguerra in cui comincia a delinearsi lo scempio architettonico e sociale. A Palermo e nella stessa Bagheria vede in completa decadenza la nobiltà delle splendide ville settecentesche, coi loro mostri famosi e l’avanzare di un vero massacro urbanistico e di lotte di potere all’interno del comune che scuotono il temperamento di Guttuso, mentre la famiglia viene segnata da ristrettezze economiche a causa dell’ostilità di clericali e fascisti nei confronti del padre di Renato. Questi, sentendo sempre più forte l’inclinazione alla pittura, si trasferì a Palermo per gli studi liceali e poi all’Università (dove lo troviamo iscritto al GUF), arrivando 2º ai Littoriali della cultura e dell’arte del 1937 a Napoli per la critica d’arte, mentre la sua formazione si modella sulle correnti figurative europee, da Courbet a Van Gogh a Picasso e lo porta a Milano e a viaggiare per l’Europa. Nel suo espressionismo si fanno via via sempre più forte non solo i motivi siciliani come i rigogliosi limoneti, l’ulivo saraceno, il Palinuro, tra mito e solitudine isolana che, inviati nel ’31 alla I Quadriennale di Roma, confluirono in una collettiva di sei pittori siciliani accolti dalla critica – dice Franco Grasso nella citata monografia – come “una rivelazione, un’affermazione siciliana”. Tornato a Palermo apre uno studio in Corso Pisani e con la pittrice Lia Pasqualino e gli scultori Giovanni Barbera e Nino Franchina forma il Gruppo dei Quattro. Rifiutato ogni canone accademico, con le figure libere nello spazio o la ricerca del puro senso del colore, Guttuso s’inserisce nel movimento artistico “Corrente”, che con atteggiamenti scapigliati s’oppone alla cultura ufficiale e denota una forte opposizione antifascista nelle scelte tematiche negli anni della guerra di Spagna e che preparano la seconda guerra mondiale. L’Arte Sociale di Guttuso Un lungo soggiorno di tre anni a Milano, nel corso dei quali non manca però di tornare in estate a Bagheria, matura l’arte “sociale” di Guttuso, con un impegno morale e politico via via più scoperto che si rivelava in quadri come “Fucilazione in Campagna”, dedicato a García Lorca, fra il ’37 ed il ’38, “Fuga dall’Etna “ in due stesure. Si trasferisce intanto a Roma, con studio in Via Pompeo Magno dove, per l’esuberanza di vita, l’amico Mazzacurati lo soprannomina scherzosamente “Sfrenato Guttuso” e frequenta l’ambiente artistico romano di tendenza ‘antinovecentista’: Alberto Ziveri, Antonietta Raphael e Mario Mafai, Marino Mazzacurati, Pericle Fazzini, Corrado Cagli, Toti Scialoja, e si tiene anche in contatto col gruppo milanese di Treccani, Giacomo Manzù, Aligi Sassu. Stringe amicizia con Antonello Trombadori, giovane critico d’arte figlio del pittore Francesco Trombadori, e inizia un sodalizio intellettuale e politico che lo accompagnerà per tutta la vita. Il dipinto che gli dà la fama, fra mille polemiche da parte anche del clero e del fascio perché sotto il soggetto sacro denunzia gli orrori della guerra, è La Crocifissione. Di esso Guttuso ha scritto nel suo Diario che è “il simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee” con il quale al Premio Bergamo sigla la sua nuova stagione. L’artista non cesserà mai di lavorare in anni difficili come quelli della guerra ed alterna, specie nelle nature morte, gli oggetti delle case umili della sua terra, a squarci di paesaggio del Golfo di Palermo a una collezione di disegni intitolata “Massacri”, che circolarono clandestinamente dato che ritraggono le repressioni naziste, come quello dedicato alle Fosse Ardeatine.

Il dopoguerra e il matrimonio di Guttuso Conosce e sposa quella che sarà la sua fedele compagna e confidente Mimise che ritrarrà nel ’47. Già all’indomani della Liberazione un anelito di speranza torna ad alitare nella pittura del maestro come nel quadro “Pausa dal lavoro”, china e acquerello nel 1945, quasi un simbolo della rinascita di cui Pier Paolo Pasolini ha scritto (1962). Seguono “Carrettieri che cantano”, “Contadino che zappa” (1947), “Contadini di Sicilia” (dieci disegni pubblicati a Roma nel ’51) in cui il linguaggio pittorico diventa chiaro ed essenziale e di cui lo stesso Guttuso ebbe a scrivere che erano preparatori del quadro “Occupazione delle terre incolte di Sicilia”, esposto alla Biennale d’Arte a Venezia nel 1950, affermando: “Credo siano legati alla mia ispirazione più profonda e remota. Alla mia infanzia, alla mia gente, ai miei contadini, a mio padre agrimensore, ai giardini di limoni e di aranci, alle pianure del latifondo familiari al mio occhio ed al mio sentimento, da che sono nato. Contadini siciliani che hanno nel mio cuore il primo posto, perché io sono dei loro, i cui volti mi vengono continuamente davanti agli occhi qualunque cosa io faccia, contadini siciliani che sono tanta parte della storia d’Italia…”. Sempre nel 1949-1950, Renato Guttuso aderisce al progetto della importante collezione Verzocchi (attualmente conservata presso la Pinacoteca civica di Forlì), inviando, oltre ad un autoritratto, l’opera “Bracciante siciliano”. Puntualmente torna a stupire, alternando la visione luminosa e piena di colore di “Bagheria sul golfo di Palermo” alla “Battaglia al ponte dell’Ammiraglio” in cui ritrae il nonno Ciro Guttuso, arruolatosi come garibaldino, e con una serie di dipinti dal vero le lotte contadine per l’occupazione delle terre, gli zolfatari, o squarci di paesaggio fra cactus e ficodindia, ritratti di amici e uomini di cultura, pittori come Nino Garajo e Bruno Caruso. Affascinato dal modello dantesco, dal ’59 al ’61, l’artista concepisce una serie di disegni colorati che poi verranno pubblicati in volume nel ’70, “Il Dante di Guttuso”, in cui i personaggi dell’Inferno vengono rivisitati come esemplari della storia del genere umano, confermando la versatilità dell’ingegno. Un intero ciclo, invece, viene dedicato negli anni settanta alla sua autobiografia in pittura, quadri d’eccezionale valore per la conoscenza del Guttuso uomo-artista. La figura femminile diventa dominante nella pittura come lo fu nella vita privata e fra i dipinti più grandi per mistura ricordiamo “Donne stanze paesaggi oggetti” del ’67, oggi esposto alla galleria comunale di Bagheria, a Villa Cattolica, com’è importante la serie di dipinti in cui ritrae Marta Marzotto, musa ispiratrice e modella prediletta per lunghi anni. Celebre è anche la serie delle Cartoline, un insieme di 37 disegni e tecniche miste (pubblicate dalla casa editrice Archinto nel volume Le Cartoline di Renato Guttuso) in cui l’artista magistralmente rappresenta i ricordi, i sentimenti, le emozioni, le fantasie e gli stati d’animo dell’uomo Guttuso verso la donna Marta Marzotto. Nel 1971 disegnò il drappellone del Palio di Siena del 16 agosto. Nel 1972 dipinge I funerali di Togliatti, che diverrà opera-manifesto della pittura antifascista. Alle Elezioni Politiche del 20 giugno 1976 fu eletto al Senato della Repubblica per il PCI nel collegio di Sciacca, raccogliendo 29.897 preferenze Fu confermato alle Elezioni Politiche del 3 giugno 1979 al Senato della Repubblica per il PCI nel collegio di Lucera, raccogliendo 29.418 preferenze Guttuso si spense malinconicamente in isolamento, dopo la morte della moglie, riavvicinandosi, secondo una testimonianza di Giulio Andreotti, alla fede cristiana, di cui aveva condiviso a suo modo i valori umani e di pietà per gli oppressi. Una testimonianza che comunque sembra essere in contrasto con le dichiarazioni di alcuni suoi intimi e colleghi. Alla morte donò alla città natale, Bagheria, molte opere che sono state raccolte nel locale museo di Villa Cattolica dove egli stesso venne sepolto. La sua tomba è opera dello scultore Giacomo Manzù. Guttuso non ebbe figli biologici riconosciuti, ma un figlio adottivo, adottato poco prima della morte, Fabio Carapezza Guttuso che gli fu molto vicino negli ultimi anni di vita, unico conforto dopo la perdita di molti cari. Fabio Carapezza Guttuso fu l’unico erede dell’immenso patrimonio di Guttuso. Fondò gli Archivi Guttuso, cui destinò lo studio di Piazza del Grillo, e integrò la collezione del museo di Bagheria con numerose opere ereditate.

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